La ragion d’essere

Non so se è l’ambiente provinciale o se è così dappertutto e, magari e fatte le debite proporzioni, anche tra i grandi e grandissimi, ma accade che un tizio di dubbie abilità ma indubbia presunzione venga a fondare un nuovo (e non richiesto) circolo culturale; potrà produrre, a sostegno della giustezza della sua iniziativa, la “certificazione” dell’illustre critico, certificato a sua volta dall’illustre pittore, che il grande scultore non mancherà di certificare, lui che dal Nostro sarà certificato ? e così via autocertificandosi impunemente. In questa nostra società dell’Avvenimento, non potrà mancare il grande sforzo dell’Inaugurazione, cui verranno invitati gli eminenti artisti (come certificati al modo di cui sopra) con un allettante programma: esibizione concertistica del grande musicista, lettura di poesie della grande poetessa e, meraviglia!, omaggio della replica in piccolo dell’opera del grande disegnatore.

Dopo di che … un’altra Grande Inaugurazione, con grande programma come sopra, enfaticamente presentata sulle pagine locali dei quotidiani dall’illustre giornalista, come certificato da ecc. ecc. Alla terza inaugurazione, se mai esistesse qualcuno che voglia andare per il sottile (la calunnia è sempre in agguato, si sa) si potrebbe proporre una modifica allo Statuto del circolo, sostituendo alle formule di rito (promuovere lo sviluppo culturale, curare la didattica dell’arte nelle scuole, ecc.) l’esplicita dizione: scopo sociale del circolo è la propria inaugurazione.

Per finire: chi paga? Beh, certo, inizialmente (e meritoriamente) ci metteranno del proprio, ma presto, di certificazione in certificazione, si arriverà non certo al mecenate, specie estinta ché chi ha il denaro le certificazioni le vuole dalla propria Banca, ma alla peggiore figura del nostro poco consolante panorama: l’illustre Assessore (come certificato da ecc. ecc.) che ci metterà sì i soldi, ma i nostri …

La Musica

Di Guido Ghezzi

La musica, come tutte le altre forme espressive dell’intelligenza umana, si presenta come una grande catena montuosa, che l’occhio percepisce come un vasto paesaggio composto da innumerevoli cime, picchi e valli. Da questo metaforico paesaggio emergono alcune grandi vette, che si elevano ben al di sopra delle altre.
L’ideale viaggiatore troverà angoli incantevoli qua e là, stralci di paesaggio evocativi, panorami struggenti e potrà così trovare appagata la propria sete di sensazioni, ma finirà prima o poi per imbattersi in quelle vette inarrivabili, che incutono smarrimento perchè potente è ciò che la loro percezione sottende.
Quindi, lasciando in sottofondo questa immagine e tornando alla musica, penso si possa dire che moltissimi sono gli autori interessanti, intriganti o semplicemente piacevoli, mentre pochi, isolati ed inarrivabili restano coloro che furono guidati dal genio e dominano sulla moltitudine, proiettando un’ombra intensa ed estesa. Ritengo un errore limitare l’ascolto della musica ai prodotti di questi giganti, che pure ne costituiscono indiscutibili (ma su questo argomento particolare torneremo) pietre miliari. Per essere chiari e soffermandoci sulla musica occidentale comunemente definita “classica” (che è una nicchia, per quanto importante) non si deve commettere l’errore di confinare le proprie esperienze ai Bach, Mozart, Beethoven, Haydn, Schubert, Brahms e forse pochi altri che condividono l’empireo.
Vedo almeno due conseguenze di una tale limitazione, entrambe esiziali:

  • ignorare una miriade di autori che comunque hanno spesso prodotto ottima musica (che regala piacevoli sensazioni e già questo basterebbe) e che in alcuni casi hanno posto le basi su cui i geni hanno costruito i loro monumenti, monumenti che tanto più possono dare all’ascoltatore quanto più se ne conoscono le premesse;
  • perdere la visione d’insieme dello sviluppo della musica in quanto forma d’arte legata allo sviluppo storico-cognitivo dell’uomo. Fissare una grande cima svettante, pur lasciandoci senza fiato, ci priva della visione d’insieme del panorama.

Quindi, riportando la nostra immagine di sottofondo da cui siamo partiti in primo piano cerchiamo di essere buoni viaggiatori e non disdegniamo il piccolo lago ai piedi dell’esaltante grande parete che ci domina, assaporiamo l’aria tranquilla della valle senza nome che incide il fianco della montagna, percorriamo il sentiero che svolta sul dorso del piccolo colle nell’ombra della vetta e lasciamo che il nostro occhio non abbia limiti.

La gioia è nell’interezza.

Famolo Strano

Ricordate il film di Verdone, in cui una coppia già sazia di sesso e l’uno dell’altro si sposa e, durante il rituale viaggio di nozze, cerca stimoli nuovi ad un rapporto logorato? Beh, non credo che noi appassionati di musica dotta ci si possa dire sazi come i due personaggi del film, tutt’altro, soprattutto i cultori del “brutto anatroccolo” noto come “Musica antica” … Ma parrebbe che sazi lo siano i promotori di eventi musicali, visto che orientano le proprie energie nell’escogitare sempre nuovi ed eccitanti scenari per le esecuzioni: non solo musica nelle piazze, musica sulle spiagge, musica sui ghiacciai (con buona pace dei miei conterranei trentini), musica nei tetri androni di palazzi, musiche nei chiostri, musiche sulla fortezza e avanti così, di stranezza in stranezza; tutto curando, fuorché la fruibilità della musica, relegata a comprimaria dei “contenitori”, spesso inudibile (salvo impiego degli orripilanti sistemi di amplificazione) o da fruire sull’orlo della crisi isterica, in piedi o stipati su seggiole da tortura, in mezzo a disinteressati che hanno solo voluto “partecipare” salvo allontanarsi senza rispetto per chi vorrebbe ascoltare, a bambini che strillano o poppanti singhiozzanti per non parlare di gabbiani gracchianti, camion della Nettezza Urbana che effettuano ignari il loro rituale svuotamento dei cassonetti, sempre che non passi qualche incivile con impianto stereo dell’auto a tutto volume … Eppure Toscanini diceva che “all’aperto si gioca alle bocce” e, se c’è da esibire la (stracostossissima e quasi certamente tangentosa) ristrutturazione del teatro da parte dell’architetto alla moda, tutti si sprechino in elogi della comodità e della fedeltà dell’ascolto. Probabilmente il tutto è da ricondursi al connubio arte-turismo, il solo che legittima la spesa per una cosa tanto inutile quanto la buona musica, ignorando che il turismo è la Fossa delle Marianne dell’arte e del gusto; certo, musicisti e manager devono pur mangiare, e spesso non c’è altra occasione d’ascolto che queste: ma quanto sarebbe bello fare le cose al posto giusto nel modo giusto, tanto più che c’è tanta musica interessante, diversa da quella che amo, che viene bene nelle piazze, sulle spiagge, ecc. E allora, facciamoci questa, e per i melomani rassegnamoci a spendere senza “ritorno d’immagine” turistica, ostrega!

Favola Inutile

Favola Inutile

( di Andrea Camilleri )Una vespa si posò sul collo di un contadino.
“Ora ti pungo” – fece la vespa.
“Ragioniamo un momento” – disse il contadino – “Che te ne viene? Io massimo massimo mi faccio due giorni di febbre, tu invece, dopo avermi punto, sei costretta a morire. Ti pare cosa?”
La vespa non rispose e lo punse.
Colto da choc anafilattico, il contadino morì. Il suo ultimo pensiero fu: “Se l’ammazzavo con una botta invece di farla ragionare, a quest’ora sarei ancora vivo”.
A poca distanza, sconciata, la vespa stava per morire. Il suo ultimo pensiero fu: “Se ragionavo invece di pungerlo, a quest’ora sarei ancora viva”.

Questa è una favola assolutamente inutile.

Silenzio

Di Guido Ghezzi

Il silenzio è potente. Non il silenzio in quanto assenza di vibrazioni, ma quello che ti accompagna su lembi di terra non toccati da mani umane; il silenzio che è assenza di suoni umani.
Il silenzio della Terra è potente.
Testimonia le forze primitive cui ormai siamo divenuti sordi e che pure continuano ad essere presenti. E’ il nostro legame più intimo e profondo con l’origine, con propulsioni biologiche che tra le molte possibilità hanno prodotto anche l’uomo.
L’unico che è divenuto sordo.
Sordi al silenzio, incuranti delle forze fondamentali, siamo lanciati a folle velocità su una strada senza panorama.
Ma il silenzio è potente.
Potente

Zero e il temporale

Di Guido Ghezzi

Zeno era il nome che i suoi genitori avevano scelto per lui, un nome breve e facile. Invece si chiamava Zero.
Nessuno sa bene come fu che il suo nome cambiò, ed una sola lettera malandrina lo tramutò in una bizzarria anagrafica.

E come sempre quando non si conosce la ragione di una cosa, tante divengono le spiegazioni, ognuno conserva la propria ed è convinto che sia quella giusta. “E’ stato quando ho detto il nome al funzionario del comune, proprio il giorno che sei nato” diceva suo papà “non ci sentiva bene e non mi ha capito.”
“Hanno letto male nel trascrivere il nome sul registro delle nascite” diceva la mamma “chi ha scritto la denuncia di nascita ha scritto giusto ma malamente”. “Sono stati i folletti della carta” gli ripeteva sempre il nonno “Sai, quei minuscoli esserini che stanno tra le pagine dei libri e si divertono a spostare le lettere di qua e di là senza dirti niente, per scherzo”. E poi aggiungeva sempre, ridacchiando, “e su certe carte ce ne sono così tanti che non si capisce più niente di quello che sta scritto, nemmeno a rileggerlo dieci volte”
Anche Zero aveva la sua spiegazione, naturalmente. A lui Zeno non piaceva proprio, molto meglio Zero.


Anche quell’anno, come sempre, nel paese ci sarebbe stata la festa di Mezza Estate, e bisognava prepararsi adeguatamente. Ogni bambino l’aspettava con trepidazione; ci si mascherava come se fosse carnevale e poi si andava nella piazza dove distribuivano i “biscotti della montagna” e i “biscotti della valle”, i primi preparati nei borghi e nelle malghe sugli alpeggi più alti, i secondi confezionati nelle campagne. Come voleva la tradizione i biscotti venivano scambiati tra i bambini che si incontravano proprio nel paese di Zero, a metà strada tra i monti e le campagne della bassa valle.
La mamma aveva cucito un bel vestito per Zero, una specie di gran drappo bianco e verde da mettere come un mantello.
Tuttavia a Zero non piaceva molto. Aveva seguito la mamma mentre preparava il mascheramento e ogni sera, prima di addormentarsi aveva sempre lo stesso pensiero: avrebbe voluto un costume diverso, qualcosa che avrebbe lasciato tutti a bocca aperta. Ma, nonostante ci pensasse di continuo, non riusciva a trovare l’idea giusta.
E Mezza Estate si avvicinava.


Un pomeriggio, mentre stava facendo merenda con una fetta di torta di pane, preparata dal nonno con uvetta, cioccolato e pinoli secondo una segreta ed antica ricetta, guardò fuori della finestra della cucina, come era solito fare, tanto per controllare.
Il suo sguardo si posò sui fiori del giardino e sul maggiociondolo, prese il vialetto sassoso fiancheggiato da bassi carpini e noccioli, corse fin sul limitare del bosco di abeti poi volò lontano, verso le montagne ed infine vagò nel cielo grigio. Una folata di vento scompigliò i fiori e fece dondolare il maggiociondolo, il galletto segnavento sul tetto del fienile cigolò.
Poi un brontolìo lontano che pareva provenire da sottoterra rotolò giù dalle montagne.
Zero sentì un tuffo al cuore, smise di masticare, posò la fetta di torta sulla tovaglia a quadretti bianchi e rossi e s’illuminò.
Ecco! Finalmente aveva avuto l’idea giusta! Quella che aspettava inutilmente da giorni!
Ora sapeva come si sarebbe presentato alla festa di Mezza Estate!
Aprì la credenza e prese un barattolo di vetro, vuoto, di quelli in cui si teneva la marmellata, avvitò il tappo e corse fuori.
In un attimo giunse al limitare del bosco, prese il sentiero che portava alla Roccia e fuggì veloce verso l’aperta campagna, correndo in mezzo alle erbe alte e incurvate dal vento, nel frinire dei grilli e sotto un cielo sempre più cupo, tagliato dai lampi e percorso da lunghi brontolii.

Arrivò in cima alla Roccia, che sembrava tanto grande ma che in realtà era solo poco più di un macigno posato in cima alla collina e mezzo ricoperto di fiori molto piccoli e bianchi e viola, con qualche cespuglio aggrappato qua e là.
Da là sopra vedeva molto lontano, ma il paesaggio verso le montagne era velato da nubi minacciose che scorrevano veloci le une davanti alle altre. Verso la campagna e dietro casa sua invece il cielo era giallo e opaco. Era trafelato.
All’improvviso arrivò un lungo e violento colpo di vento che gli scompigliò i capelli e finì quasi per farlo cadere. Piantò bene i piedi sulla Roccia e si preparò alla battaglia, perché sapeva che la sua sarebbe stata una lotta terribile. Ma non aveva paura … o forse sì, ma non importava, era deciso, era pronto.
Guardò in alto, sopra la sua testa una nube densa, pesante e scura diventava sempre più grande, il vento era sempre più forte, le folate impetuose scuotevano i cespugli ai suoi piedi, i fiori bianchi e viola si sdraiavano al suolo, l’aria non era più calda, anzi faceva quasi freddo. Grandi gocce iniziarono a colpirlo sulle mani, sulla testa, sul naso. Ora le montagne non si vedevano più, sparite dietro un sipario fumoso e ondeggiante, il cielo era squassato dai tuoni, gli alberi più grandi sbattevano i rami disordinatamente, un picchio saettò veloce attraverso il cielo e si gettò a capofitto nel bosco.
Strinse le palpebre, aveva freddo… aveva paura.
Ma avrebbe resistito.
Quanti ne aveva visti di temporali? Tanti. Di giorno, di notte, mentre era al sicuro in casa, mentre era nei campi col nonno, mentre vagava nei boschi con papà, quando tornava a casa con i compagni di scuola. Ma ora era solo.
Era solo contro la tempesta.
Ma lui era una statua.
Una statua di ferro.
Una statua di ferro con i piedi di roccia, e non si sarebbe mosso.
Mai.

Le gocce cadevano ormai fitte, pungevano, i lampi scoppiavano e crepitavano sempre più vicini. Il paesaggio spariva poco a poco. Vedeva una luce lontana, oltre il bosco degli abeti, forse un lampione all’angolo di una fattoria, faceva compagnia; ma era sempre più fioca, tremolava sempre più, si fece incerta ed infine fu inghiottita anche lei dal temporale.
Ora era davvero solo.
Solo di fronte a quel gigante di ventopioggialampinuvolenere dalla voce potente.
Tutto era scuro intorno a lui, i colori del mondo svanivano, inghiottiti, mangiati dal gigante, lacerati nel vorticare di mille foglie strappate. La pioggia cadeva a torrenti, scrosciava senza posa spinta dal vento, non distingueva più il bagliore del lampo dal clangore del tuono, tutto era un liquido crepitio, il frastuono era sovrano.
Chiuse gli occhi, il freddo scorreva con dita di ghiaccio sulla sua pelle fin dentro le scarpe, rami e foglie lo colpivano da ogni parte, il vento lo faceva vacillare. Era terribile. La sua paura era una cosa enorme, lo travolgeva, si gonfiava dentro di lui come un fiume, come una grande onda marina, lo circondava e lo stringeva togliendogli il respiro.
Tutto sembrava svanire in un caos senza ritorno.
Sentiva il temporale ghignare assordante mentre lo spingeva giù dalla Roccia e lo accecava e lo distruggeva con i suoi dardi d’argento… .
Doveva fare qualcosa, altrimenti sentiva che non ce l’avrebbe fatta. Doveva trovare forza in qualcosa, qualche incantesimo … qualche formula magica che lo aiutasse contro il gigante di ventopioggialampinuvolenere dalla voce potente.
Iniziò a cantare, mettendo in fila suoni a caso, suoni che neppure poteva udire nel frastuono che lo circondava. Gridò più forte, ma ancora non riusciva a sentire la sua voce. Continuò a farfugliare parole e suoni a caso, interrotto dalla pioggia che gli entrava nella bocca e nel naso, poi magicamente venne fuori una filastrocca strana:
Jolli lì
Jolli là
Jollilì jollilà
Andava bene… .era magica… sì, lo sentiva.
Jollilì Jollilà
Jollilì jollilà jollipaese… jollipaeseee
E andava avanti all’infinito come se fosse viva, gli usciva dalla gola e si faceva forte, comiciava ad udire la sua voce, il suo canticchiare.
E gli dava forza.
E più il temporale infuriava più la sua canzoncina magica gli donava la forza per fronteggiarlo.
Ogni tanto apriva gli occhi, la luce dei lampi e la pioggia densa come un muro cambiavano tutti i colori, si guardava timidamente d’attorno con gli occhi stretti come due fessure e tutto era diverso. Poi guardò se stesso, le sue braccia… e anch’esse erano coperte di colori mai visti, la sua pelle era diversa, turbini di foglie gli roteavano attorno e finivano per appiccicarsi su di lui.
E la grandine, una grandine sottilissima che lo pungeva ed il gigante ghignava sempre più forte, buttandogli addosso tutto ciò che aveva.
Jollilì Jollilà
Jollilì jollilà jollipaese… jollipaeseee
Era il momento.
Aprì il barattolo e, tremando per il freddo che lo attanagliava, stese le braccia in avanti cercando di tenerlo ben dritto verso il cielo.
Chiuse di nuovo gli occhi, sentì che il barattolo si faceva più pesante, la grandine tintinnava sul vetro, si fermava tra i suoi capelli. Riaprì gli occhi e vide l’acqua che scivolava giù dalle spalle rigando le sue braccia di infiniti ruscelli che cambiavano percorso ad ogni istante come fossero vivi, come tanti serpentelli. In quel momento, con gli occhi socchiusi, si guardò meglio, guardò le sue mani, il barattolo pieno di grandine, le braccia nude, le gambe… e vide.
Ecco!
Ecco!
Ecco, pensò mentre un caos primitivo esplodeva attorno a lui ad ondate, investendolo senza sosta, ecco! Richiuse gli occhi, la grandine lo tempestava senza pietà, la pioggia entrava nel suo corpo e lo trapassava, dita gelate scorrevano tra i suoi capelli, sul collo, giù per la schiena. Il frastuono del vento era incessante, i lampi lo abbagliavano, tutto il mondo roteava attorno in una danza scomposta e indiavolata, la sua voce quasi era scomparsa, annegata nel putiferio, diluita nell’immenso cataclisma. La sua filastrocca ormai stentava a dargli forza, ma doveva cantarla ancora, e ancora, e ancora… e ancora… . Jollilì Jollilà
Jollilì jollilà jollipaese… jollipaeseee
Jollilì Jollilà
Jollilì jollilà jollipaese… jollipaeseee.

Poi, all’improvviso, la grandine cessò.
Il vento scemò di colpo, la pioggia si fece rada.
Il rumore diminuì e potè sentire la sua voce che cantava quasi nel silenzio, con un brontolio che l’accompagnava come un grande tamburo percosso mentre si allontana:
Jollilì Jollilà
Jollilì jollilà jollipaese…jollipaeseeee….
Esitò un istante poi smise di cantare e di strizzare gli occhi, ora riusciva a tenerli bene aperti e poteva girare lo sguardo attorno a sé, dove i colori riapparivano e il mondo lentamente riemergeva dalla furia del temporale. Ovunque vedeva l’impronta delle grandi mani del gigante di ventopioggialampinuvolenere. Cumuli gelati di grandine, tappeti di foglie bucate, rami divelti, l’erba sdraiata al suolo come se dormisse e laggiù in fondo, oltre il bosco di abeti il gigante di ventopioggialampinuvolenere dalla voce potente che ghignava e si allontanava verso la campagna distante con la sua corona saettante di fulmini…un passo ed un tuono…un passo ed un tuono…. Lo salutava.
Era felice. La gioia traboccava, la sentiva premere nel petto come un prurito, come un suono. Corse giù dalla Roccia scivolando sull’erba intrisa, tra i fiori schiacciati, in mezzo alle foglie strappate. Grondava acqua, acqua e felicità. Le scarpe fradicie scandivano la sua corsa folle giù per il sentiero. Ciac ciac.
Ciac ciac ciaciac ciac.
Jollilì Jollilà
Jollilì Jollilà.
Arrivò a casa in un baleno mentre il sole faceva splendere la grandine nel barattolo e lo scaldava fin nel cuore. Rimase sulla porta di casa spalancata tra le pozzanghere azzurre di fronte alla mamma al papà ed al nonno che lo guardavano sbigottiti.
“Che hai fatto?” fece la mamma “Sei impazzito?”
“Zero, sei un disastro!” disse il papà prendendo un asciugamano.
Ma Zero si sentiva felice oltre ogni misura “Ho il mio vestito per la festa…il vestito del temporale!” dise trionfante e si sedette al tavolo in cucina, dove aveva interrotto la sua merenda.
Dolce torta di pane del nonno.
Dolci biscotti della montagna.
Dolci biscotti della valle.

C’è un omino sul muro fuori dalla finestra

Di Guido Ghezzi

C’è un omino, poco più che un’ombra, come fosse un colore più scuro sulla parete.
C’è un omino che non si vede di giorno, non si vede con il sole.
C’è un omino che si vede quando c’è la luna.
C’è un omino colorato che quasi non si vede, e se lo guardi fisso sparisce e se gli guardi appena vicino ricompare.
C’è un omino che ti sembra si muova, che faccia qualcosa con le mani, che muova veloce le dita nell’aria.
E non sai chi è.
E poi va via e non sai se tornerà.Un bambino vedeva  questo omino alla sera  dalla finestra della sua casa; alcune sere l’omino restava fermo attaccato al muro della casa di fronte come fosse un disegno e solo si muoveva appena se il vento lo faceva oscillare.
Lo vedeva con la pioggia e con la neve e lo vedeva appeso là fuori nelle notti chiare di luna ed ogni tanto muoveva veloce le dita come se disegnasse nell’aria, e girava la testa di qua e di là come se stesse cercando qualcosa, poi, all’improvviso, spariva come soffiato via dal vento.
Un giorno il bimbo aprì la finestra per vedere meglio quel che faceva l’omino, l’omino se ne accorse e rimase fermo fermo, guardando il bimbo, che quasi si spaventò per averlo disturbato.
Non parlarono.
Il bimbo ora vide meglio l’omino: era sottile sottile, con un volto come un disegno ed i capelli come strisce di carta colorata ed aveva un vestito che gli sembrava fatto di cenere e ad ogni colpo di vento si increspava di colori.
E poi svanì.
Altre volte il bimbo e l’omino rimasero a fissarsi dalla finestra, finchè il bimbo pensò che ora erano un po’ amici e forse potevano giocare insieme, così decise di chiedere il suo nome.
“Come ti chiami?” chiese, un po’ timidamente.
L’omino non rispose.
Dopo un po’ di tempo il bimbo pensò: “Non ha voglia di giocare” e stava per richiudere la finestra quando udì una voce, quasi il rumore delle foglie nel vento, che diceva: “Ho tanti nomi, ho tanti nomi. Dinne uno” .
“Quale?” disse il bimbo.
Ma l’omino ripeteva “Ho tanti nomi, ho tanti nomi. Dinne uno”.
“Allora ti chiami?.ti chiami?.Beniamino!”
L’omino oscillò vicino allo spigolo del muro della casa di fronte e sorridendo ripetè “Beniamino?Beniamino”.
“E cosa fai, Beniamino?” chiese il bimbo.
L’omino smise di oscillare “Aspetto”.
“E cosa aspetti?”.
“Aspetto il silenzio” disse, poi riprese ad oscillare e poco dopo svanì.
Il bimbo chiuse la finestra. Era molto contento per la sua nuova amicizia e si addormentò pensando al silenzio ed a Beniamino.


Passarono i giorni e di tanto in tanto Beniamino compariva sul muro davanti alla finestra e il bambino lo vedeva a volte in mezzo alla pioggia fitta, a volte circondato da foglie secche e pezzetti di carta che vorticavano nel vento forte, sempre intento ad oscillare e ad afferrare qualcosa con le mani, che però il bambino mai riuscì a vedere bene. A volte sembrava una forma indistinta, come un velo appena trasparente, a volte come un mulinello di vento e neve.
E scambiarono parole, poche in verità, ma il bambino sentiva che quelle poche parole bastavano.  Divennero amici.
Una sera, all’imbrunire, l’omino era là, appeso alla grondaia, appena sotto il tetto della casa di fronte ed oscillava piano piano, come se stesse dormendo.
Il bambino aprì la finestra, lo chiamò e l’omino lo guardò un attimo, poi indicò un punto lontano, verso l’orizzonte libero. Il bimbo guardò verso quel punto indicato dal braccino sottile sottile dell’omino.
Non vide nulla di strano, c’era solo un bel colore, una specie di rosa un po’ azzurro e la sagoma delle colline, tutto il resto era già nell’ombra della sera.
Poi l’omino sembrò raddrizzarsi, allungarsi nell’aria, socchiudere gli occhi?.E all’improvviso lo sentì, sentì quello che l’omino aveva sentito prima di lui.
Sentì arrivare lento lento, con un passo leggero ma sicuro qualcosa che si muoveva nell’aria e si allungava ovunque, come una nevicata, un colpo di vento leggero leggero che ti arriva addosso e non sai da dove.
Sentì il silenzio.
L’omino allungò le braccia, aprì le dita, così sottili che al bimbo sembravano fili fatti di niente, si sporse nell’aria e poi pian piano le richiuse.
Il bimbo rimase a guardare. Sembrò che tutto si fermasse.
Il silenzio era ovunque, in ogni angolo, tra ogni foglia, posato sul mondo, come una musica senza note.
Poi tutto tornò come prima, suoni e rumori tornarono e tutto il mondo sembrò ripartire dopo essersi riposato.
L’omino si voltò verso il bimbo “Questo silenzio è per te.” Disse porgendogli le mani racchiuse “Non perderlo”.
Il bimbo allargò le sue dita e guardò quella forma di vento che passava dalle mani dell’omino nelle sue.
Poi guardò l’omino ma non lo vide più. Attorno a lui c’era solo quel colore un po’ rosa e un po’ azzurro, steso sulle colline.”E’ andato via” pensò il bambino mentre chiudeva la finestra e andava a letto “E non sono riuscito neanche a salutarlo”.
Poi riguardò le sue mani, tra le dita teneva il dono dell’omino ed andò sotto la coperta, al buio. Ora lo vedeva meglio, una specie di nebbia di tanti colori tenui. Quasi voleva aprire le dita, ma esitava; in fondo quasi aveva un po’ paura di quella cosa nuova e strana.
Decise che l’avrebbe messa sotto il cuscino, dentro una scatola di legno a forma di elefante in cui custodiva altre cose cui teneva molto.

C’è un omino, poco più che un’ombra, come fosse un colore più scuro sulla parete.
C’è un omino che non si vede di giorno, non si vede con il sole.
C’è un omino che si vede quando c’è la luna.
C’è un omino colorato che quasi non si vede, e se lo guardi fisso sparisce e se gli guardi appena vicino ricompare.
C’è un omino che ti sembra si muova, che faccia qualcosa con le mani, che muova veloce le dita nell’aria.
E non sai chi è.
E poi va via e non sai se tornerà.Molte volte aprì la scatola per sentire di nuovo il silenzio che Beniamino gli aveva regalato, ed ogni volta si chiedeva dove fosse andato l’omino, che ormai non vedeva da tempo.
Provò anche ad andare in cima alla collina dietro casa per vedere bene tutt’attorno ma non trovò più Beniamino.
Ogni volta sperava di vederlo ma restava deluso, Beniamino se n’era davvero andato.
Allora apriva la scatola a forma di elefante che portava sempre con sé ed ascoltava il silenzio spandersi sulla collina. Ed ogni volta provava una specie di paura che non era vera paura, qualcosa  che lo faceva sentire come una nuvola in mezzo al cielo, e gli sembrava di andare sempre più in alto, fino a che richiudeva la scatola e tutti i rumori tornavano.
Finalmente una sera l’omino tornò sul muro della casa di fronte ed il bambino subito aprì la finestra e lo chiamò “Beniamino, sei tornato!”.
L’omino sembrava molto impegnato e oscillava e muoveva veloce le dita nell’aria, come sempre.
“Pensavo che fossi andato via” disse il bambino.
L’omino sembrava molto indaffarato e parlò con la sua vocina sottile “Sono venuto a salutarti” disse mentre oscillava e oscillava.
“Ho sempre il tuo regalo” puntualizzò subito il bambino.
“Tienilo sempre” disse Beniamino “Non perderlo, altrimenti non lo ritroverai più. Mai più”
Il bimbo riguardò la scatola a forma di elefante nelle sue mani.
“Ora devo andare via” disse l’omino “Ho tante cose da fare. Tante cose”.
“Quando torni?” chiese il bambino.
“Chissà?” disse l’omino mentre si spostava lungo la grondaia e si allontanava “Chissà?” ripetè “Ho tante cose da fare”.
“Dove vai, Beniamino?”
L’omino era già sul tetto di un’altra casa, sempre più lontano, ma il bimbo sentiva ancora la sua vocina sottile “Non dimenticare. Non dimenticare Beniamino”.
Lo vide oscillare nell’ombra lontano, come fosse un disegno tenue, con i suoi capelli come fili di tanti colori. Il bambino rimase a guardare finchè non fu più sicuro di vederlo, troppo piccolo e lontano mentre la notte era ormai scesa.
Allora lo salutò “Ciao, Beniamino”.


C’è un omino, poco più che un’ombra, come fosse un colore più scuro sulla parete.
C’è un omino che non si vede di giorno, non si vede con il sole.
C’è un omino che si vede quando c’è la luna.
C’è un omino colorato che quasi non si vede, e se lo guardi fisso sparisce e se gli guardi appena vicino ricompare.
C’è un omino che ti sembra si muova, che faccia qualcosa con le mani, che muova veloce le dita nell’aria.
E non sai chi è.
E poi va via e non sai se tornerà.